Al Nord si ribellano ai fondi per il Sud, ma dimenticano la Fiat

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Ognuno degli odierni 30mila dipendenti Fiat/fca è costato all’Italia 7,3mld di lire; ogni meridionale appena 14milioni di lire

di Mimmo Della Corte

Da qualche tempo, le regioni del Nord hanno ricominciato a protestare contro le, a loro modo di vedere, troppe risorse destinate al Sud che non riesce a spendere. Incapacità, quella di spendere da parte del Sud, di cui, tempo addietro mi sono già preoccupato, di dimostrarne l’infondatezza. Qui, mi preme, piuttosto, confutare il fatto che il Meridione abbia effettivamente la palla al Piede del Paese, impedendone la crescita. Tutt’altro!. Certo, il Sud in 65 anni – come si legge nel rapporto annuale sui Conti pubblici territoriali è stato destinatario di 143 mld di fondi destinati allo sviluppo, ma con un trend in continuo calo. Dallo 0,68% del pil del decennio ‘60 si è passati allo 0,15% nel sessennio 2010/15. A conti fatti, quindi, ognuno degli attuali 20,610mln di cittadini residenti al Sud è stato destinatario di una spesa pubblica di 7mila euro.

E’ vero anche, però, che in questo Paese dal 1899 esiste ed operava un’azienda privata: la Fiat oggi Fca che in 75 anni ha pesato da sola  sul bilancio dello Stato ben più di quanto vi ha inciso l’intero Mezzogiorno per 65.  Tant’è che, conti ufficiali alla mano – dai contributi statali (legge Prodi per la rottamazione delle auto fuori uso)  ai cosiddetti ammortizzatori sociali  (cassa integrazione per i dipendenti; piuttosto che i prepensionamenti; le enormi agevolazioni fiscali e per la mobilità lunga); dagli stabilimenti realizzati con risorse pubbliche (Melfi)  a quelli acquisiti dallo Stato a costi simbolici vedi l’Alfa Romeo di Arese e  Alfa Sud di Pomigliano d’Arco (quest’ultimo acquistato, addirittura, per la stratosferica cifra di mille lire),  la Sata di Melfi e la Fma di Pratola Serra, alle quali fu anche concesso un decennio di esenzione dal pagamento delle imposte sul reddito per le Società  – sono quasi 114 i miliardi di euro  (220mila  miliardi di vecchie lire) quelli che l’Italia ha “investito” – senza riceverne in cambio alcunché – per la sopravvivenza e lo sviluppo della Fiat dal 1975 ad oggi. In pratica, il 5 per cento dell’intero debito pubblico italiano è servito a foraggiare il Lingotto.  E questo, senza dire dei notevoli muri posti a protezione del mercato italiano per impedire l’ingresso alla concorrenza straniera e delle tantissime infrastrutture viarie, a spese dello Stato, realizzate negli anni ‘60/70, spessissimo su suggerimento dello stesso management dell’azienda piemontese. E questo senza aggiungere che essendo la Fiat nata nel 1899 e, quindi, dando impulso alla produzione di motori aerei, navali e alla costruzione di autocarri, ha affondato a piene mani nelle commesse militari pubbliche, prima per la guerra libica del 1911 e, successivamente, in quelle dei conflitti mondiali del 1915 e del 1939, grazie alle proprie consociate produttrici di mitragliatrici, proiettili e motori per sommergibili.  Risorse che hanno contribuito a preservare la Fiat dai venti di crisi economica che le guerre scatenano. Tant’è che, in occasione del conflitto in Libia, l’azienda raddoppiò il numero dei propri dipendenti, ampliandolo fino a 40mila unità. Stesso trend durante (forniture militari) e dopo (la ricostruzione post-bellica) gli eventi bellici successivi. Cosicché, nel 1975, la Fiat si ritrovò fonte di ben 600mila opportunità occupazionali: 250mila dirette e 350mila nell’indotto che oggi – nonostante le tante agevolazioni ed i notevoli contributi pubblici, ricevuti nel frattempo – si sono ridotte ad appena 30mila, ognuno dei quali è, quindi, costato allo Stato  3,8milioni di euro pari a 7,3miliardi di lire   (se li avesse assunti tutti alle sue dipendenze, in tutti questi anni, avrebbe pagato  decisamente di meno) mentre ognuno di quelli perduti (220mila)  è costato  517mila euro, in pratica,  oltre 1miliardo di vecchie lire ed anche questa non è una cifra da poco.

Eppure, nell’immaginario popolare – costruito e nutrito ad arte da imprenditori e politicanti del Nord, per fare da schermo alle risorse destinate al foraggiamento delle imprese localizzate al di là del Garigliano – l’imprenditoria “assistita” ed incapace di crescere senza il sostegno pubblico è da sempre e soltanto quella meridionale.