seta sud

La Cina riscopre la “via della seta”, ma l’Ita(g)lia ostruisce quella del Sud

E i parlamentari meridionali, i governatori del Sud ed i baroni accademici di meridionalismo abbigliati, continuano a tacere

Di Mimmo Della Corte

La Cina riapre l’antica “Via della Seta”,  ma l’Italia di Paolo Gentiloni e del Ministro del trasporti, Graziano Delrio,  chiude la strada dei porti del Sud dell’Italia, all’alta capacità, con sagome PC80 e treni portacontainer lunghi 750 metri. In occasione del vertice mondiali dei trasporti di Pechino, nel quale il leader cinese XI ha proposto la riscoperta della “via della seta”, il nostro primo ministro – nel tentativo di offrire un’alternativa al Pireo, dove i cinesi sono già presenti in forza, ha proposto l’utilizzo dei porti di Trieste, Venezia e Genova ed ha completamente e deliberatamente ignorato quelli meridionali di: Napoli, Gioia Tauro, Salerno e Taranto. Ma questa scelta “sudicida” è si da attribuire al governo Gentiloni, secondo il quale, per il Sud “le prospettive sono modeste”, ma, soprattutto, è figlia del Programma Operativo Nazionale “Infrastrutture e reti 2014/2020”  definito dal governo Renzi che sui 28miliardi per il sistema ferroviario ne destinava solo l’1,09%, ovvero poco più di 3miliardi, a quello del Sud, giustificando lo strabismo con un perentorio “data l’intensità di traffico e di infrastrutture portuali e di reti, il Centro-Nord è naturalmente il principale destinatario e beneficiario degli interventi infrastrutturali da realizzare in Italia” e questo perché – si legge sempre in quel documento  – “il Mezzogiorno si presenta ancora una volta come n’area debole che necessita di politiche che vadano a ridurre i costi di trasporto soprattutto al suo interno, prima ancora che verso l’esterno”.  Il che, indubbiamente, era, ed è, vero. Del resto, non avrebbe potuto essere diversamente, perché nel momento in cui si era appalesata l’esigenza di rinnovare le infrastrutture ferroviarie italiane l’Ita(g)lia aveva preferito investire su quelle del Nord, penalizzando, come sempre, il Mezzogiorno. Eppure, nonostante questa “secolare” e colpevole distrazione, non era stata sufficiente a detronizzare il porto di Gioia Tauro – che non è nell’altissimo Nord, ma nel profondo Sud – dal primo posto in Italia e sesto nel Mediterraneo, dopo gli scali iberici di: Algesiras, Valencia e Malaga; quello marocchino di Tangeri e quell’ellenico del Pireo – in quanto a traffico di container movimentati (quasi 2milioni e 800mila nel 2016). Sicchè, “bisognava fare qualcosa”, per evitare che il porto calabrese potesse crescere  ulteriormente e, crescendo, potesse fare da traino alla crescita di quelli di Napoli, Salerno e Taranto. E l’apertura del raddoppio del Canale di Suez e dell’allargamento del Canale di Panama, rappresentava l’occasione ideale per riuscirsi. Bastava potenziare le infrastrutture ferroviarie settentrionali, anziché quelle del Sud. Renzi & c., lo hanno fatto e Gentiloni, escludendo deliberatamente gli scali meridionali dalla rinascente “Via della Seta”, stanno soltanto completando l’opera di “dismissione” totale dei porti del Sud, nonostante la loro centralità nell’area mediterranea e la maggiore brevità, attraverso il canale di Suez,  del percorso delle merci provenienti dall’Oriente e dirette nel bacino.

Eppure, l’unica protesta contro questa ennesima, decisione antimeridionale è stata quella del presidente di Confindustria Campania, Costanzo Iannotti Pecci. Mentre tutti gli altri: il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia (nonostante uno dei porti penalizzato sia quello di Salerno, la sua città), i parlamentari e i presidenti delle regioni del Sud (nessuno escluso) ed i baroni accademici di meridionalismo vestiti (anzi, no, abbigliati) si sono guardati bene dall’intervenire. Purtroppo, loro non c’erano o forse c’erano, ma dormivano.

 

 

Autore dell'articolo: mimdell