Università e Ricerca: Il futuro del Sud passa soprattutto da qui!

Boldrini, Grasso, Lorenzin, Fedeli, Minniti, Franceschini

Più che disinteresse quello del Governo centrale verso gli Atenei meridionali è un abbandono scientemente programmato

di Mimmo Della Corte

Oggi, le nostre Università stanno perdendo terreno rispetto ad altri Paesi, ma in particolare la loro funzione pubblica e missione istituzionale risultano essere gli aspetti più seriamente compromessi. Le classifiche internazionali presentano anno dopo anno un quadro per noi sconfortante. L’Italia continua a conquistare risultati di rilievo solo limitatamente ad istituzioni e singoli dipartimenti di grande livello. Per il resto (per numero di ricercatori, dottorati di ricerca, numero di studenti immatricolati e laureati, erogazione di finanziamenti) si colloca ben al di sotto delle medie europee. E’ ormai l’agonia delle Università del Sud? I dati forniti dall’Anagrafe del MIUR, sembrerebbero certificarlo. Si parla di un pesantissimo calo delle immatricolazioni, dato questo che non va certamente disgiunto dalla crisi economica e dai suoi impatti sociali, che portano alla fuga di moltissimi giovani ovvero ad un diffuso disincanto circa l’importanza della formazione e dell’istruzione quale opportunità di riscatto e promozione sociale. A fronte di tutto questo, nessun investimento, nessun incentivo e nessuna attenzione reale e concreta, ancora, da parte di un Governo nazionale che non rinuncia, invece, a schermarsi dietro ben evidenti, ormai, annunci e proclami che non hanno alcun reale fondamento, se non quello di una retorica ormai scontata ed obsoleta. Eppure una seria ed attenta riflessione sul Mezzogiorno sarebbe il caso di avviarla: non si può procrastinarla ancora, soprattutto se si guarda al Sud con la lente di ingrandimento dell’Università. Ciò che sembrerebbe emergere, come dato inconfutabile, è, al contrario, non tanto un disinteresse quanto, semmai, un abbandono scientemente programmato e pianificato, a vantaggio di alcune aree geografiche concentrate nel Centro Nord che risulterebbero in linea con i parametri sulla base dei quali viene rilevata la qualità degli atenei. Parametri, si badi bene, non commisurati alla qualità della didattica e della ricerca, bensì al patrimonio finanziario dei singoli atenei che, come possiamo immaginare, si rimpingua con le entrate provenienti dai balzelli, sempre più alti ed insostenibili, richiesti agli studenti e grazie ai contributi di aziende e privati che, ovviamente, sono maggiori, nelle regioni più ricche. Tutto questo in deroga al diritto allo studio, garantito e tutelato dalla nostra Costituzione, sacrificato sull’altare della logica neoliberista che guarda alle privatizzazioni e alle premialità delle cosiddette “eccellenze”. Quanto è stato fin qui perpetrato contro la scuola pubblica, come si vede, in modo meno eclatante, ma senza dubbio non meno bieco e strisciante, lo si sta operando a danno e nocumento delle nostre Università e della nostra intellighenzia. Superfluo, ma forse no, ricordare e rimarcare i nostri massimi ingegni che da Gaetano Salvemini a Giovanni Gentile, per citarne solo alcuni, ma l’elenco sarebbe ben più lungo, avrebbero molto da insegnare oggi ad una classe politica asservita a ben altre logiche, totalmente avulse e scollate dai reali bisogni delle persone e dei territori del nostro “bel Paese”.

Ma in un Paese dove, colpa dell’ancestrale incuria e colpevole miopia dei Governi verso il Sud, i grandi scrittori meridionali del ‘900 scompaiono dai programmi ministeriali, in quanto la conoscenza di classici di tale calibro e forza espressiva non è più ritenuta «imprescindibile» dal Ministero per l’Istruzione, che cancella nomi quali: Salvatore Quasimodo (Nobel nel ’59), Leonardo Sciascia, Alfonso Gatto, Ignazio Silone, Elio Vittorini, Domenico Rea, Anna Maria Ortese, Rocco Scotellaro, Michele Prisco, Maria Orsini Natale, il cui unico torto è l’essere nati nel Mezzogiorno, cosa potremmo aspettarci?