Al Mezzogiorno parole e poltrone non bastano: serve concretezza

Rousseau e Mezzogiorno. “Non tutti i mali vengono per nuocere”. Non so voi, ma personalmente – aspettando che Rousseau, facesse sapere se i grillini avevano detto “si” o “no”, al matrimonio Pd-5s – mi sono sentito davvero un “minus habens”. Seguendo, poi, gli “special televisivi” ed “ammirando” le tante “signori grandi firme”, intente a discettare sul futuro italiano post nuovo governo, ho compreso, di non essere l’unico in questa condizione, anzi! Anche se non tutti – travolti dal trionfalismo di Di Maio per il “record mondiale di votanti”; la felicità di Zingaretti per il ritorno al Governo e le chiacchiere vuoto a perdere dei “4 amici al bar” delle Tv – ne erano consapevoli. Altri 60,4 milioni di italiani (quelli che non hanno votato su Rousseau) si sono sentiti ostaggio di quei 79.634 (0,1%), che, invece, lo avevano fatto. Ma la vittima principale della piattaforma, quel giorno, è stata la Democrazia che ha dovuto accontentarsi del rispetto dei principi formali della Costituzione e subire l’annichilimento di quelli sostanziali che assegnano al Capo dello Stato – e non ad una macchina gestita da un privato – il ruolo di decisore ultimo nella scelta di quale soluzione dare alle crisi di governo e nell’attribuzione dell’incarico di presidente del Consiglio e dei Ministri.

Eppure, almeno per il Mezzogiorno, il voto su Rousseau – guardandolo in controluce – qualcosa di positivo lo ha anche prodotto. Il nuovo governo – cosa mai successa – sui 21 ministri che lo compongono, ne allinea 12 meridionali e 9 del centro-nord. Il che non significa molto, perché il Sud ha bisogno di fatti, non di poltrone e parole al vento. E se ciò si verificasse ne trarrebbe vantaggi, l’Italia intera. La cosa, ovviamente, ha suscitato, da parte dei soliti soloni settentrionali di lombrosismo vestiti, le solite polemiche antimeridionali, in difesa di privilegi e prerogative consolidati dal trascorrere degli anni. Meglio, allora, fingere di non sentirli, in fondo “il miglior disprezzo è la noncuranza”.

Ai meridionali, invece, fa sperare che, per la prima volta nella vita dell’Italia post unitaria, un governo possa guardare con maggiore attenzione e più concretezza al di qua del Garigliano. E, per carità, sia chiaro, nessuno chiede favoritismi, ma soltanto pari opportunità. E, soprattutto, che finisca la lunga e ultrasecolare, storia del Mezzogiorno, considerato soltanto il bancomat da dove prelevare le risorse da investire nell’altra. Inondandolo – per ricompensarlo, e tenersi buoni i suoi abitanti – con assistenzialismo a piene mani e risorse a pioggia. In entrambi i casi, senza prospettive concrete di sviluppo.

Il “sogno” (un solo esempio tra il centinaio e più, che si potrebbero fare) è non dover più leggere ciò che era scritto nel Pon “Infrastrutture e Reti” ’14-’20, ovvero che “data l’intensità di traffico e di infrastrutture portuali e di reti, il Centro-Nord è naturalmente il principale destinatario e beneficiario degli interventi infrastrutturali da realizzare in Italia” perché “il Mezzogiorno si presenta ancora una volta come un’area debole che necessita di politiche che vadano a ridurre i costi di trasporto soprattutto al suo interno, prima ancora che verso l’esterno”. Sicché, in previsione dell’apertura del raddoppio del Canale di Suez e dell’allargamento del Canale di Panama, anziché potenziare il sistema ferroviario meridionale, si è deciso di puntare sulla “rete ferroviaria ad alta velocità, in grado di servire soprattutto le principali città del Centro-Nord” e “rafforzare la competitività della piattaforma logistico-portuale del Nord-Est con accordi di cooperazione tra diverse autorità portuali e centri intermodali”.

Purtroppo, il ritardo genera altro ritardo, da qui l’arretratezza e l’obsolescenza infrattrutturale che impoveriscono il Mezzogiorno e fanno crescere le distanze con il resto del Paese. Invertire questa rotta è la discontinuità di cui il Sud ha bisogno. E ciò non dipende dal numero, ma dall’impegno e dal rispetto dei ministri (e non solo di quelli meridionali) nei suoi confronti. Lo verificheremo dopo la fiducia: domani alla Camera e martedi al Senato. E ci saranno anche gli “amici” Meloni e Salvini.