Altro che decreto dignità,
contro la precarietà c’è solo la “partecipazione”

decreto dignità, di maio, salvini, conte, sud, mezzogiogno

C’è anche  del nuovo e del bello nelle iniziative del governo pentaleghista. Peccato che il bello non sia nuovo e il nuovo non sia bello

di Mimmo Della Corte

In un momento storico, qual è quello che stiamo attraversando – al Sud, come, e ancor più, che al Nord – in cui trionfano precarietà, disoccupazione generale con quella giovanile che supera il 51 per cento, nessuno sviluppo potrà mai essere possibile se non s’interviene con riforme radicali e profonde su questi due fronti, anche per rendere più appetibili gli investimenti. E quindi: 1) incentivazione della lotta a “sommerso” e “lavoro nero” da perseguire attraverso una normativa fiscale, snella, a solo uso e consumo delle imprese minori che consenta loro, ovviamente, a gettito invariato, di non vedersi sottoposte a lungaggini ed incombenze burocratico-amministrative superflue, eccessivamente onerose, senza troppi vincoli e che non gli faccia correre il rischio che la domanda di emersione, se respinta, possa trasformarsi in una pericolosissima autodenuncia. In pratica si tratta – soprattutto nello specifico delle imprese sommerse a limitato volume d’affari – di scegliere tra due opportunità: lasciarle per sempre, com’è avvenuto finora, in conseguenza dei fallimenti dei tanti tentativi messi in essere in precedenza, nel “sottobosco produttivo”, perché i rischi ed i costi dell’emersione potrebbero essere per loro insostenibili oppure semplificare l’iter procedurale della legalizzazione, stabilendo una cifra minima, naturalmente progressiva sulla base del volume d’affari, da pagare annualmente, con la certezza d’incassarla. Magari premiando il coraggio di questa scelta, esonerandole per i primi tre anni dal pagamento dei contributi previdenziali. Il tutto, occorre dirlo?, intensificando i controlli ed inasprendo le pene, per quelle che, nonostante tutto, preferiscono restarsene “sommerse” ed invisibili “agli occhi indiscreti” del fisco e della legge ed a tutto danno dei lavoratori; 2) combattere e precarietà, attraverso l’adozione del sistema retributivo a paga partecipativa sul modello che ha consentito al Giappone di trasformarsi in pochissimi anni, in una delle maggiori e più avanzate potenze economiche del mondo, e non mettendo a punto riforme – come quella Di Maio in discussione in Parlamento – che ingessano vieppiù un mercato – come quello occupazionale – già immobile per i troppi lacci e lacciuoli, la mancanza di risorse per ridurre il pesantissimo “cuneo fiscale” e la pressione tributaria che lo stringono. Un sistema retributivo laddove una parte della remunerazione è agganciata ai risultati dell’azienda, caratterizzato dal fatto che, a cadenze periodiche predeterminate, al lavoratore viene riconosciuta – oltre quella fissa prestabilita – una remunerazione aggiuntiva proporzionata alla produttività. Nella sostanza, con questo metodo, la retribuzione totale annua del lavoratore è costituita per 2/3 dalla paga fissa e per 1/3 da quella partecipativa, calcolata sulla base della produttività e, quindi, dei risultati che l’azienda riesce annualmente a conseguire. Sul piano generale tale variabilità produce almeno tre conseguenze positive: a) stimolare al massimo l’occupazione, poiché essendo il salario collegato alla produttività, il costo del lavoro aumenta o diminuisce, proporzionalmente al crescere o al diminuire della produzione e, quindi, del prodotto marginale. Sicché, ampliando gli organici aziendali, almeno fino a quando prodotto e costo marginale del lavoro non si eguagliano, l’imprenditore può puntare alla massimizzazione dei profitti; b) funzione stabilizzatrice del mercato rispetto a forzature esterne sui costi di produzione e nei confronti di fluttuazione della domanda. In pratica nel sistema retributivo a paga partecipativa, qualsiasi crescita dei costi dei fattori di produzione si traduce, si, in minori utili per l’azienda, ma anche in salari più bassi perché collegati al risultato economico dell’impresa e non genera, quindi, alcuna ripercussione sul prezzo di vendita del prodotto stesso, lasciando praticamente invariata la domanda del bene stesso. Anche la possibile riduzione della domanda, in questo sistema, potrebbe avere conseguenze meno negative. Le aziende, infatti, potrebbero arginare la flessione della richiesta, riducendo il prezzo di vendita, poiché a prezzi e ricavi più bassi, corrisponderebbero costi allo stesso modo più bassi. Il che consentirebbe loro di aspettare con maggiore serenità il ritorno del bel tempo, senza dover necessariamente ricorrere, per ridurre i costi generali a licenziamenti e drastiche riduzioni d’organico ; c) non costringe i lavoratori a rinunciare aprioristicamente – come nel caso delle “gabbie salariali” – anche in presenza di risultati aziendali estremamente positivi, ad una parte degli emolumenti loro dovuti in cambio dell’opera prestata, ma semplicemente glieli dilaziona nel tempo.