Autonomia equilibrata, con Movimento e Lega non si può

Roma

“La riforma si farà senza fretta, ma non allontaneremo mai il Sud dal Nord”. Così, Di Maio a proposito dell’Autonomia. Evidentemente, pur essendo meridionale – talmente verace d’aver avuto come solo impegno lavorativo, quello di vendere bibite allo stadio San Paolo  – è l’unico bipede dell’universo mondo a non sapere che il Sud è già così lontano dal Nord che di più non potrebbe. Un esempio per tutti: il diritto allo studio che, sulla carta, c’è anche al Sud ma – come confermano i test Invalsi di quest’anno – “nessuno sa dove e cosa sia”. Senza dire, poi, che grillini e leghisti, ce la stanno mettendo tutta per spingerlo, addirittura, all’inferno. In verità, Di Maio, nell’occasione, ha detto anche cose condivisibili: che senza il Sud l’Italia non va da nessuna parte; che bisogna rilanciarlo e ha anche aggiunto  “è mia priorità un grande piano per rilanciare il Sud: nuove infrastrutture, più servizi ai cittadini e valorizzazione del nostro territorio”. Troppo Matteo (Renzi, ndr), però, per essere vero. E se tanto mi da tanto, c’è poco da stare allegri.

La dichiarazione del bulletto di Pomigliano, è l’ennesima dimostrazione che non è Matteo Salvini a vincere, ma gli altri, con le loro esternazioni spot a perdere. Tanto più i “signori delle stelle” che anziché avvantaggiarsi della partecipazione al governo, hanno visto dimezzarsi, in un solo anno,  dal 32,8 al 17% la propria dotazione voti, mentre, nel contempo, è raddoppiata dal 17 al 36% quella dei reggitori dello “spadone”. E’ la dimostrazione che i grillini sono scaduti – ammesso che ci siano mai stati – dal cuore degli italiani che non credono ai successi di cui si accreditano (la crescita occupazionale che, comunque, ha interessato soprattutto gli over 50, mentre sono aumentati i giovani senza lavoro), e gli stanno facendo pagare a caro prezzo le 158 crisi aziendali che Di Maio ha ammonticchiato sul proprio tavolo al Mise, senza affrontarne nessuna), e i tanti,  “no” (grandi opere e infrastrutture), che hanno praticamente bloccato il Paese. Ma anche che sull’immigrazione si siano schierati al fianco dell’opposizione. Nonché le sfide quotidiane alla Lega. L’ultima quella sulla questione dei fondi russi che sarebbero serviti a finanziare la campagna elettorale per le Europee del Carroccio, che Salvini ha immediatamente smentito. Sicchè, pur restando “avvinghiati”, in nome del potere, “spadoni” e “stelle” sono sempre più distinti e distanti fra loro. Con i primi che volano e i secondi che strisciano. 

E non può che lasciare perplessi che i leader, o presunti tali, di Pd e FI  – che pure non perdono occasione di accusare il governo di dilettantismo – non si siano ancora resi conto che i veri artefici dei successi leghisti sono loro con la propria inconsistenza e l’assoluta mancanza di idee concrete che li costringe ad appiattirsi su Salvini, mettendone in discussione tutte le iniziative, anche quelle che non interessano il Paese reale (vedi il modo di vestirsi), accusandolo di fascismo, sessismo, razzismo e via di ismo in ismi, sulla scia ora di Saviano; poi, di Greta e infine Carola. Dimenticando ciò che preoccupa gli italiani: la disoccupazione, la crisi, il Paese che non cresce, il calo delle nascite, e via di questo passo. E questi li stanno punendo. 

Sicchè, alla luce dei sondaggi che lo danno vincente in caso di elezioni anticipate, non si capisce cosa aspetti Salvini, a staccare la spina ad un governo che, al di là delle narrazioni non riesce ad andare. Mentre, è proprio con questo esecutivo “incredibile” – ha trasformato, anche al proprio interno, il confronto politico tra avversari che si rispettano, in uno scontro armato fra nemici che si odiano – che vuole dare il via libera a due provvedimenti come l’autonomia e le gabbie salariali che, già solo nel nome, contengono tutti gli ingredienti per  spaccare il Paese. Per carità, si possono fare, purché maneggiati con cura. E siffatto governo non è in grado di farlo.