Genovesi: l’importanza dello Stato sociale, ma l’Ue preferisce lo sfascio totale

Antonio Genovesi

Tre secoli dopo la prima intuizione della sua importanza come strumento per la cancellazione degli squilibri socio-economici della collettività, l’esistenza dello «stato sociale» si avvia tristemente a spegnersi. La globalizzazione ha generato ed ingigantito a dismisura il mostro della speculazione finanziaria, che ha azzerato il ceto medio, riducendolo in condizioni di povertà, magari, relativa, ma pur sempre povertà ed allargando nuovamente le distanze fra chi fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena e chi, di contro, può soddisfare con luculliane libagioni i propri appetiti quotidiani.

Purtroppo, a trecentocinque anni (1 novembre 1713) dalla nascita (di cui anche quest’anno, come per gli altri 304, nessuno s’è ricordato) del suo ideatore Antonio Genovesi ed a duecentosessantaquattro (1754) dalla istituzione della prima cattedra al mondo di economia («Commercio e Meccanica»), voluta dall’Università napoletana «Federico II», proprio per potergliela attribuire, la sua proposta più significativa, sembra essere ormai prossima alla scomparsa. Anzi, forse, è già passata a miglior vita. La crisi economico-finanziaria globale, infatti, che ha incendiato gli ultimi dieci anni della nostra esistenza, ha praticamente cancellato quel “welfare”, di cui, anche se non sono in tanti ad esserne a conoscenza, il sacerdote salernitano è stato il primo ideatore e teorizzatore.

Correva, infatti, il 1755, quando – nel pieno della cosiddetta «età dei lumi» (il principale movimento intellettuale dell’Europa settecentesca, assertore del progresso e dell’emancipazione dell’uomo guidato dalla ragione) – il 42enne sacerdote, originario di Castiglione dei Genovesi,, sottolineava l’esigenza di «esaltare il lavoro, colpire le rendite anche ecclesiastiche, puntare in tutti i modi ad aiutare concretamente coloro che lavorano e producono». Si trattava del primo embrione di un dibattito culturale, teso a stimolare la crescita di un’equità sociale che, per quei tempi, era «pura follia» sperare, ma che con il passare del tempo si è andata consolidando, ogni giorno di più, fino a diventare la premessa indispensabile per la nascita di quello «stato sociale» che – anche se gestito male ed all’insegna del più spudorato clientelismo – ha permesso alla società di evolversi, abbattendo gli altissimi steccati esistenti fra i diversi ceti sociali.

Fra i tanti primati del Sud Duosiciliano, l’istituzione nel 1754 della prima cattedra al mondo di economia

Una rivolta ideale e culturale che muoveva dalla considerazione che l’analisi dell’economia civile, realizzata attraverso gli occhiali della cultura, avrebbe consentito l’interpretazione più aderente possibile alla realtà dell’intera economia. Una rivoluzione che aveva come idea centrale la convinzione che l’interesse privato non avrebbe mai potuto trasformarsi in bene comune, facendo così cadere la teoria,comunemente condivisa in quel momento storico, che il benessere privato avrebbe prodotto benefici anche alla collettività; sostituendola con quella – di segno completamente opposto – che il benessere comune potesse essere realizzato soltanto grazie alla solidarietà, all’aiuto ai più deboli e facendo crescere il livello culturale della popolazione. Temi e questioni che perseguiti e realizzati hanno contribuito alla crescita della società e la consapevolezza che i diritti si acquisiscono con la nascita e non sono ereditati per censo e ceto sociale d’appartenenza. Di tutto questo, però, oggi è rimasto soltanto un vago ricordo e lo stato sociale, oggi come oggi, è sempre più a rischio «default». Anzi, no, è già fallito. Vittima d’interventi di politica-economica, dettati ed imposti da un’Istituzione distante, non «anni», ma «secoli luce» dai cittadini e dalla gente comune: l’Unione Europea, che sembrano avere l’unico obiettivo di spostare all’indietro le lancette dell’orologio, riportandole agli anni in cui per conoscere l’ora era necessario affidarsi alle posizioni del sole e delle sue ombre sul terreno e la popolazione del mondo era divisa fra «schiavi» e «padroni», sudditi e sovrani, oppressi ed oppressori. Purtroppo, come ho già avuto modo di ribadire, non poco tempo addietro, in una precedente nota, si sta avviando a realizzazione il disegno di «compagnia unica del mondo» delineato, in occasione del vertice del Gruppo Bilderberg del 1968, da Lehman Brothers secondo cui «gli Stati nazione erano ormai superati e la grande finanza che già controllava l’industria attraverso le banche doveva prendere il posto delle nazioni». Ebbene, c’è qualcuno fra voi che riesce a vedere una qualche differenza fra il disegno dell’Unione europea ed il mostro «vagheggiato» dal signore del dollaro in quel lontano simposio di quarantancinque anni fa?

Personalmente, sono convinto di no. Più simile al M5S che ad un’associazione e, per questo, ancora di meno ad una confederazione di Stati sovrani, l’UE non ha statuto costitutivo e le sue norme traggono linfa dai trattati di Maastricht, Lisbona e Basilea, scritti a tutto vantaggio delle élites finanziarie e, per altro, mai approvati dai cittadini dei diversi Paesi aderenti che in verità neanche li conoscono. Così come, nessuno sa chi realmente siano i componenti della potentissima “Commissione” che nessuno elegge, ma che con le sue ineludibili «direttive sovranazionali» ha il diritto di «vita e di morte» su tutti i Paesi membri, mentre il Parlamento europeo eletto dai cittadini, non ha alcun potere, se non quello di veto delle norme scritte dai commissari.

Partorendo l’euro hanno cancellato le monete nazionali. Il che in Italia ha prodotto l’azzeramento, o quasi, del precedente potere d’acquisto dei redditi degli italiani. Basta pensare, infatti, che chi al 31/12/2001 poteva contare su uno stipendio (tanto per fare un esempio, con cifra tonda e quindi di facile comprensione) di unmilione di lire, l’1/1/2002 si è ritrovato – causa la parità di cambio 1 euro /1,936,27 lire – destinatario di una busta paga di poco di 516,5 euro. Il tutto, mentre, sempre in conseguenza della parità di cambio, tutti i prezzi sono raddoppiati e ciò che prima costava mille lire, da quel momento ha richiesto l’investimento di 1 euro e, quindi, praticamente il doppio. Alla faccia di chi ha sempre (e ancora continua a farlo) sostenuto che il proibitivo passaggio dalla lira all’euro, non ha prodotto alcuna significativa svalutazione del nostro potere d’acquisto. Con il trattato di Maastricht hanno strappato, a tutti i Paesi, sovranità monetaria ed autodeterminazione, dal momento che tutto viene deciso senza tenere in alcun conto diritti ed esigenze dei cittadini ed a nessuno è consentito ribellarsi (vedi Brexit e referendum della Catalogna); e con il pretesto che il rapporto fra deficit dello Stato e Pil deve attestarsi al disotto del 3 per cento, hanno preso ad impedire ai singoli Stati di spendere e con la scusa del debito pubblico troppo elevato hanno imposto a tutti, addirittura, di tagliare le spese, per rientrare – per altro, a strettissimo giro di posta – nei limiti prefissati. Il che ha innescato una spirale recessiva che, ha praticamente fiaccato, la resistenza di tutto i Paesi dell’Eurozona, Germania compresa.

Nel Belpaese, il primo a farne le spese è stato quello stato sociale del quale proprio, grazie alla intuizione del Genovesi, nel lontano 1700, avevamo posto le fondamenta. Non si scopre di certo l’acqua calda se si sostiene che il combinato disposto di: aumento della tassazione, diretta ed indiretta; la creazione di nuovi balzelli; la riduzione degli investimenti pubblici; le riforme e le controriforme del mercato del lavoro; la rimodulazione al ribasso del sistema previdenziale; l’indebolimento del sistema sanitario pubblico; l’aumentato costo di tutti i servizi offerti dallo Stato; quella vera e propria rapina ai danni dei correntisti derubati dei risparmi di una vita, per il salvataggio delle banche; hanno drenato risorse dalle tasche dei ceti meno abbienti, mettendone in difficoltà la sopravvivenza e cancellando quella solidarietà sociale che aveva contribuito a rendere vivibile anche la quotidianità dei più poveri. Evidentemente, qualcuno, «laddove tutto si puote», chiamato a tagliare gli sprechi, ha ritenuto che la vita dei meno abbienti fosse uno spreco da tagliare. Tutto questo in nome del mercato e della speculazione finanziaria. E dire che il 99,99 per cento della gente comune, di mercato conosce soltanto quello rionale.