Macroregione del Sud: Contro lo “status quo” e autonomia differenziata

Come prendere “due piccioni, con una fava”. Il Sud accetta e rilancia la sfida dell’autonomia. Lo hanno annunciato l’ex governatore della Campania, Stefano Caldoro e Alessandro Sansoni presidente del Comitato per la Macroregione Autonoma del Sud. Al “si” dei campani, ai quesiti referendari, si è aggiunta l’iniziativa dei consiglieri regionali del Centrodestra, rendendo possibile l’indizione del referendum sull’autonomia. Ora basterà attendere i tempi previsti dallo Statuto regionale e, poi, con una consultazione popolare sarà possibile dire un duplice “no”: alla conservazione dello “status quo”, e a quel regionalismo differenziato che costituzionalizzerebbe gli storici soprusi ai danni del Sud. Aggravando, quei divari che “lorsignori” dicono di voler cancellare.

Tant’è che Il 22 luglio scorso, Maroni, già presidente della Lombardia, firmatario, insieme ai presidenti del Veneto, Zaia e dell’Emilia Romagna, Bonaccini e il governo Gentiloni dell’accordo del 28 febbraio 2018, confidava a Libero, che in quella intesa “Non c’era la devoluzione di tutte le 23 materie, ma c’era l’istruzione e, soprattutto, veniva trovato un accordo sulla questione fiscale, che prevedeva una più equa redistribuzione degli introiti fiscali e, quindi, venivano più risorse al Settentrione. Per esempio era prevista l’introduzione dei costi standard (media fra chi spende meglio e chi peggio) per la Sanità, che avrebbe assicurato alla Lombardia circa 10 miliardi di euro in più all’anno”.

La Bozza di Autonomia proposta da Veneto e Lombardia trasuda di  egoismi, pregiudizi, equivoci, secondi fini e ipocrisie

Ciò detto, è vero – come dicono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e l’ex ministra leghista per gli affari regionali, Stefani – che l’autonomia “non toglie al Sud” soltanto “li impone più responsabilità”, sempre che, però, non nasconda egoismi, pregiudizi, equivoci e secondi fini. Mentre la loro proposta ne contiene in quantità industriale. Prima richiedono autonomia aggiuntive su 23 competenze, sostenendo la loro capacità di gestirle in maniera migliore dello Stato a parità di risorse finanziarie (se così fosse, si tratterebbe, quindi, solo di un passaggio di risorse dal bilancio statale a quello regionale), ma subito dopo, richiedono, in maniera assolutamente esplicita, anche in documenti ufficiali (vedi le bozze dell’intesa sottoscritta con il governo) che venga deviato verso le proprie casse il 90 per cento dei tributi nazionali versati dai propri cittadini.

Veneto e Lombardia, quindi, porterebbero a casa, oltre il 50% molto più (solo per la prima 6miliardi l’anno) di quanto portano via adesso, per: istruzione, sanità, infrastrutture e le altre funzioni regionalizzate. Il che significherebbe ridurre le risorse a disposizione della fiscalità generale e, quindi, dei servizi pubblici, di tutte le altre. Chiamate, quindi, a trovare le coperture alternative. Per cui, nuove tasse. In pratica, per il Sud sarebbe ancora peggio di quanto succede già oggi. Solo con la scuola regionale riceverebbe 1,5miliardi in meno. Ne scaturirebbe un regionalismo basato su fabbisogni standard legati alle attuali capacità fiscali del territorio, figlie dello strabismo “nordista” dei governi dal dopoguerra ad oggi, cui verrebbero attribuite le relative funzioni sulla base dei costi storici. Sicchè, chi ha potuto spendere di più ieri, potrà continuare a farlo anche domani. Che è proprio quello che si propone il governo, che – come si legge nelle dichiarazioni programmatiche di Conte – è intenzionato “a completare il processo che possa condurre a un’autonomia differenziata”.

Le regioni meridionali, possono evitare che tutto questo si verifichi. Come? Dando piena attuazione all’ottavo comma dell’art.117 della Costituzione ed approvando con proprie leggi, intese per la creazione di organismi comuni: la macroregione. Che i vantaggi, sono immediatamente evidenti. Sto parlando, infatti, di strutture economiche territoriali, che erogano servizi pubblici all’area di proprio riferimento. E soprattutto possono, e devono, unirsi in un’unica Autorità di gestione dei fondi comunitari, nazionali e regionali, oltre che per confrontarsi con l’Europa, decisamente più aperta alle macroregioni che non al regionalismo differenziato, per la definizione di progetti strategici sovraregionali e dotare il territorio di quelle infrastrutture utili a restituire competitività all’Italia Meridionale.