Perché il Sud cresca: giù il cuneo fiscale, su gli investimenti

Roma

Vero: un’antica saggezza assicura che “O’ pocò è megliò ca’ o’ nientè”. Quel +0,2 di crescita segnalato dall’Istat per il primo trimestre 2019, rispetto al precedente, sembra, però, davvero troppo poco per l’eccesso di trionfalismo con il quale – il premier Conte (“L’Italia torna crescere, dimostra la bontà della nostra manovra economica”); i suoi vice, Di Maio (“L’Italia fuori dalla recessione dimostra che la direzione intrapresa dal Governo è quella giusta”), Salvini (“Ora è obbligatorio realizzare al più presto la flax tax”) e il ministro Tria (“Dati che testimoniano la solidità dell’economia italiana”) – l’hanno festeggiato. Perché, per un Paese che si fregia di essere la seconda potenza industriale d’Europa e la settima del mondo è decisamente poco. Ma anche perché – una crescita così modesta rispetto al terzo trimestre 2018 (arrivata, per altro, dopo due trimestri di arretramento) – significa che siamo tornati esattamente dov’eravamo un anno addietro di questi tempi. Senza dire, poi, che con simili tassi di crescita che al massimo arrivano a qualche decimo di punto percentuale – buoni a smaltire le scorte di magazzino, ma non a sostenere una crescita dei consumi tale da richiedere un aumento di produzione e, quindi, a far crescere l’occupazione, in termini accettabili (obiettivo raggiungibile – come insegna la teoria economica – solo a capo di almeno un biennio di crescita costante del 2%) – per riuscire a far calare il tasso di disoccupazione dall’attuale 10,2% e quello giovanile dal 30,2%, servirà un ventennio. Se non di più.

Oltretutto, a dispetto dei “trionfalismi” gialloverdi di cui sopra, il Pil italiano è ancora sotto di cinque punti rispetto a quello pre-crisi (primo trimestre 2008). Di più, in questo decennio è stato cancellato un milione di posti di lavoro “veri”; sono raddoppiati i sottoccupati; un quarto degli occupati ha un lavoro al di sotto del proprio titolo di studio; un giovane su tre è ancora privo di occupazione. Dietro di noi, nell’Eurozona, c’è solo la Grecia e la velocità delle rivoluzioni tecnologiche, fanno temere che fra venti anni oltre il 15% della manodopera sarà sostituita da robot. Urge, quindi, accelerare. Soprattutto al Sud che, ancora una volta – a parte l’agroalimentare, l’esportazione, il turismo e la farmaceutica – non è stato in grado di partecipare al “festino” e, per questo, rappresenta il maggiore responsabile del ritardo italiano, nel recupero dei livelli di crescita precrisi.

Quando i signori di gialloverde vestiti si renderanno conto che lo sviluppo dell’Italia è conseguenza del loro strabismo nei confronti del Sud?

Un recupero che non può arrivare, al Sud, ancora più che al Nord,  senza un piano industriale che tenga conto dei suoi ritardi infrastrutturali, su un “accelerato” appesantito da reddito di cittadinanza e “quota 100”, bensì con un “freccia rossa” veloce, spinto da investimenti produttivi. E da un reddito – che arrivi al benificiario al termine di una triangolazione (Stato, azienda, destinatario) finalizzato al taglio del “cuneo fiscale” e alla manutenzione del territorio – e un anticipo pensionistico costruiti in maniera tale da essere davvero un incentivo al lavoro e al pensionamento, per sostenere i consumi e non soltanto un po’ di carità pelosa per ottenere consensi elettorali. Altrimenti non riusciremo mai a fare ciò che veramente occorre a questo Paese per crescere, scalare la classifica di sviluppo europea e rispettare i dettami della nostra Costituzione: creare lavoro per stimolare la nascita di nuove opportunità occupazionali, rassegnarci ad essere sempre uno dei vagoni di coda del treno “Europa” ed essere trascinati, piuttosto che trainare gli altri. E, Purtroppo, è quello che ci aspetta con un governo che vive di furbizie (il riferimento alla revoca di Siri, da parte di Conte e Di Maio, con il silenzio di Salvini per evitare la crisi, è assolutamente causale), strabico, con un occhio che guarda a destra, l’altro a sinistra e cammina zigzagando, perché incapace di scegliere la direzione verso cui andare.